Federico Parente
Stelle di plastica, occhi di vetro

opening: venerdì 12/06 ore 18:00
La pittura di Federico Parente si muove su un crinale scosceso, in quel territorio liminale dove il sogno cede il passo al risveglio, l’estasi incontra il tormento e la realtà si scontra con la sua stessa mistificazione. La mostra “Stelle di plastica, occhi di vetro” si configura come un diario visivo frammentato: un’indagine spietata e magnetica sulla percezione di sé nell’era dell’artificio.
Il cuore concettuale dell’esposizione risiede in un profondo discorso sul confine tra il reale e la finzione, incarnato dall’onnipresenza di bagliori luminosi e stelle a quattro, otto e dodici punte. Questi elementi non nascono come fonti di luce proprie del dipinto; al contrario, agiscono come riflessi. Sono riverberi posticci, simili al flash di uno smartphone, alla luce asettica di uno schermo o al riflesso di una superficie sintetica che si interpone tra lo spettatore e il soggetto.
Contro questa patina artificiale si stagliano i volti. Nei ritratti gli sguardi sono opachi, vitrei, persi in un altrove inaccessibile. Sono gli “occhi di vetro” del titolo: la reazione dell’umano che, per difendersi dal bombardamento di finzione del mondo esterno, si anestetizza, diventando a sua volta simulacro, manichino, maschera malinconica.
Il punto di rottura di questo gioco di specchi avviene sulla bocca. Labbra segnate da rossori densi e sbavature che evocano esplicitamente il sangue introducono un contrasto violento e carnale. Vi si legge l’eco del mito del vampiro o del morto vivente, ma soprattutto la traccia indelebile di una passione disturbante e reale. Mentre gli occhi e la pelle subiscono il riflesso finto della luce, la bocca “sporca” urla la verità del corpo, del desiderio e del dolore. È la pulsione vitale che rompe la staticità della finzione: un bacio ferale che attrae e respinge, ricordandoci che sotto lo strato di plastica pulsa un nucleo primitivo e impossibile da reprimere.
Questo dualismo si espande poi negli oggetti e nello spazio. L’orologio frantumato di “Tempo” e la sigaretta tra i fili d’erba di “Il rituale” ci parlano di un tempo psicologico che rifiuta la precisione geometrica per farsi frammento. Persino la natura, l’erba cupa su cui poggiano le scarpe rosse di “La trasfigurazione” o i gorghi di “L’acqua della vita” perde ogni funzione realistica per farsi proiezione di un labirinto mentale.
La cifra stilistica di Federico Parente risiede proprio in questa tensione stridente: una pittura densa e viscerale, continuamente interrotta da riflessi accecanti. L’artista non offre risposte consolatorie, ma mette in scena la nostra stessa condizione: creature sospese in un limbo in cui il vero e il falso si fondono, costrette a brillare di una luce che non ci appartiene.